Il Vesuvio, da Plinio a Leopardi

Il Vesuvio è uno dei grandi luoghi del paesaggio e della cultura italiana, da sempre fonte d’ispirazione.

La nube si levava, non sapevamo con certezza da quale monte, poiché guardavamo da lontano; solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte fu il Vesuvio. La sua forma era simile ad un pino più che a qualsiasi altro albero.

Il viaggio letterario intorno al Vesuvio si basa sull’incontro con la “scrittura” di autori che hanno descritto il luogo, lo hanno studiato e soprattutto amato. Le molteplici forme di scrittura che troviamo: poetica, narrativa, scientifica, artistica e giornalistica, offrono al visitatore diversi sguardi sul territorio e indicano nuove vie di conoscenza.

Il primo autore  e’ Plinio che  ha descritto l’eruzione del 79 d.C. in tre lettere indirizzate a Tacito in cui racconta tra l’altro la morte del vecchio zio – Plinio il Vecchio – ma, di particolare rilievo è la carica distruttiva del vulcano che esce dalla sua testimonianza e travolge emozionalmente anche il semplice e lontano lettore.

 Si può dire che la storia letteraria del Vesuvio nasca con Plinius Caecilius Secundus, scrittore latino, che per la morte precoce del padre, Lucio Cecilio Cilone, fu adottato dallo zio, lo scienziato Plinio il Vecchio. Studiò a Roma sotto Quintiliano e a soli 18 anni intraprese la carriera di avvocato. Fu investito di diverse cariche pubbliche . Di lui sono andate perdute le orazioni, ad eccezione di quella in ringraziamento a Traiano. Al contrario ci è invece pervenuto il ricco epistolario, pubblicato da Plinio in vita, diviso in 9 libri, che ricoprono il periodo dal 97 al 109. Scritte in vista della pubblicazione sono indirizzate ad amici, come quelle a Tacito e Svetonio, a compaesani, a parenti, e soprattutto sono ricche di notizie relative alla vita del tempo, alla sua famiglia, alle usanze della società colta del tempo, ma offrono anche interessanti scorci del paesaggio, della figure e degli avvenimenti pubblici di quell’epoca. Dalle lettere Plinio appare un uomo generoso e gentile, al tempo stesso amante della gloria e superficiale. Alla sua figura è legata quella dello zio Plinio il Vecchio, erudito latino e naturalista, la cui morte avvenne durante la disastrosa eruzione del ’79. Eruzione che il nipote descrive nelle lettere a Tacito, scritte 27 anni dopo e in cui racconta il terrore e il dramma vissuto osservando la nube del Vesuvio da Miseno, dove egli si trovava con la madre.

Come da un tronco enorme la nube svettò nel cielo alto e si dilatava e quasi metteva rami. Credo, perché prima un vigoroso soffio d’aria, intatto, la spinse in su, poi, sminuito, l’abbandonò a se stessa o, anche perché il suo peso la vinse, la nube si estenuava in un ampio ombrello: a tratti riluceva d’immacolato biancore, a tratti appariva sporca, screziata di macchie secondo il prevalere della cenere o della terra che aveva sollevata con sé […] inoltre vedevamo il mare ritirarsi, quasi ricacciato dal terremoto. Senza dubbio, il litorale si era allungato e sulle aride sabbie era rimasto al secco un gran numero di pesci.

Dalla parte orientale, un nembo nero e orrendo, squarciato da guizzi sinuosi e balenanti di vapori infuocati, si apriva in lunghe figure di fiamme: queste fiamme erano simili a folgori, anzi maggiori delle folgori”. […]

Dalle lettere a Tacito sull’eruzione del 79 d. C. – traduzione di Marcello Gigante

 

 L’eruzione

Plinio il giovane lascia importanti testimonianze dell’eruzione che distrusse Pompei nelle lettere a Tacito in cui racconta in maniera profonda e drammatica anche la morte dello zio Plinio il Vecchio. Il suo sguardo è da cronista ma è coinvolto in quella tragedia accompagnato anche dalla madre che egli trascina con sé cercando di evitare la morte. Il Vecchio Plinio invece sembra che cercasse proprio lì e in quel momento la morte lasciandosi scivolare nell’ombra senza fine. Il racconto è pauroso e schivo ma anche forte e corretto: la sorpresa, l’angoscia, la paura, la morte gli elementi portanti del suo diario:

“Precedentemente, per la durata di molti giorni, la terra aveva tremato senza però che ci spaventassimo troppo, perché i terremoti sono un fenomeno consueto in Campania. Ma quella notte, la terra tremò con particolare violenza e si ebbe l’impressione che ogni cosa veniva non scossa, ma rivoltata sottosopra….

Una volta fuori del centro abitato sostiamo. Molti spettacoli prodigiosi vediamo, molte angosce patiamo. I carri che ci facemmo portare con noi, anche se erano su un terreno assolutamente piano, sobbalzavano ora in un’ora in altra direzione e, pur puntellati con sassi, non rimanevano fermi nel medesimo punto….

Inoltre vedevamo il mare ritirarsi, quasi ricacciato dal terremoto. Senza dubbio,  il litorale si era allungato e sulle aride sabbie era rimasto al secco un gran numero di pesci.”

E l’elemento emotivo più forte sul quale far leva per ogni manifestazione emozionale e coinvolgente. Il sentimento che deriva dalla descrizione di una eruzione è la paura, e la paura che si prova entra dentro in profondità e si porta via prima di metabolizzarla. Questo aiuta a catturare l’attenzione e l’emozione dei viaggiatori che vengono stimolati e trascinati in un racconto che gli fa rivivere quelle sensazioni provate da Hamilton e da Goethe ma anche da lontano dalla Dickinson e così da vicino da Plinio il giovane.

“Pompei fu sepolta sotto una pioggia di cenere, Ercolano sotto una frana di fango che precipitò a valle alla velocità di cinquanta chilometri all’ora. (…) Non molto tempo dopo il 79 d.C. – quando la loro fragrante montagna, avviluppata da vigneti, coronata dalle foreste dove Spartaco e le migliaia di schiavi unitesi a lui avevano cercato di sottrarsi alle legioni che li inseguivano, si era rivelata per la prima volta un vulcano – la maggior parte dei superstiti si accinse a ricostruire, a tornare a vivere; là. La loro montagna ora aveva in cima un orrido buco. Le foreste erano state incenerite. Ma anch’esse sarebbero ricresciute. (…)”

Goethe, è tra gli autori più rappresentativi per questo progetto in quanto, nelle sue ascensioni al cono prende nota di ogni cosa, oggetto o emozione che prova per trascrivere il tutto nel suo Viaggio in Italia in cui dedica a questo spaccato alcune pagine tra le più intense e suggestive.

Di particolare interesse il periodo che Goethe trascorre a Napoli dove vive un’esperienza molto forte e significativa, e le tre ascensioni al Vesuvio che ne costituiscono la parte centrale. Di queste infatti fornisce una descrizione emozionante e suggestiva, l’osservazione del vulcano è scientifica, ma nello stesso tempo il suo sguardo coglie anche gli aspetti umani di vita quotidiana.

Stavamo a un balcone dell’ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; la lava scorreva; e il sole essendo tramontato da un pezzo, si vedeva la corrente di fuoco rosseggiare, mentre la fiamma incominciava a indorare la nuvola di fuco che lo accompagnava; la montagna faceva sentire profondi boati; sulla cima un pennacchio enorme, immobile le cui differenti masse venivano squarciate ad ogni sbuffo come da lampi e illuminate a rilievo. Da lassù fino alla marina una striscia rovente tra vapori arroventati; del resto, mare e terra, rocce e cespugli, distinti nella luce del crepuscolo, in una calma luminosa, in una pace fantastica. Vedere tutto questo d’un colpo d’occhio a completare lo spettacolo meraviglioso, la lava piena che sorgeva dietro le spalle della montagna era ben cosa da farmi sbalordire…”

Il 2 marzo1787

 

“feci l’ascensione al Vesuvio, nonostante il tempo imbronciato e la vetta nuvolosa.Raggiunta in carrozza Resina, iniziai a dorso di mulo la salita tra i vigneti; proseguii a piedi sopra la lava del ’71, già ricoperta di muschio fine ma tenace, e procedetti sul fianco della colata.Lasciai alla mia sinistra, in alto, la capanna dell’eremita e scalai infine, fatica davvero improba, il cono di cenere. Il vertice era per due terzi sotto le nuvole. Toccammo finalmente l’antico cratere, […]

  1. W. Goethe da Viaggio in Italia

 

 Hamilton, ambasciatore britannico presso i Borbone, trascorre a Napoli 35 anni della sua vita, a partire dal 1764, divenendo punto di riferimento per la cultura europea in transito a Napoli. Fu famoso quale collezionista e vulcanologo e le sue relazioni scientifiche sull’osservazione dei vulcani dei Campi Flegrei e del Vesuvio in particolare, costituiscono ancora oggi fonte di studio e di ricerca.

“Qui sull’arida schiena

del formidabil monte

sterminator Vesevo,

la qual null’altro allegra arbor né fiore,

tuoi cespi solitari intorno spargi,

odorata ginestra,

contenta dei deserti […]

Questi campi

di cenere infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava,

che sotto i passi del peregrin risona […]

Sovente in queste rive,

che, desolate, a bruno

veste il frutto indurato, e par che ondeggi,

seggo la notte; e sulla mesta landa

in purissimo azzurro

veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,

cui di lontan fa specchio

il mare, e tutto di scintille in giro

per lo voto seren brullar il mondo…”.

Giacomo Leopardi da “La Ginestra o Il Fiore del deserto”

 


Leopardi,
visse i suoi ultimi anni alle pendici del vulcano e da esso trasse incomparabile ispirazione. La memoria del poeta è presente sul territorio e nella coscienza collettiva in maniera forte, come in pochi altri luoghi. Le poesie particolarmente legate al territorio sono Le ginestre e Il tramonto della luna. Entrambe presentano forti legami col territorio e mentre ne Le ginestre i riferimenti sono oggettivi e reali, il Il tramonto della luna, la poesia invade il reale e lo colloca in secondo piano rispetto alla sfera emotiva che in questa opera è preponderante e commovente.

 

La geografia mi attesta che ci sono

vulcani in Sud America

e in Sicilia –

ma esistono vulcani più vicini

un gradino di lava ad ogni istante

mi sembra di salire –

un cratere io posso contemplare

a casa mia il Vesuvio.

Frammento n. 1705 dalla raccolta “Tutte le poesie” di E. Dickinson a cura di Maria Bulgheroni

Ed. Mondadori – Collana I Meridiani.

 

Emily Dickinson nasce da Amberst nel Massachusetts il 10 dicembre del 1830, e qui muore nel 1886. Riservata e complessa poetessa sceglie la permanenza costante nella bella casa paterna, scelta che farà da sfondo e segnerà profondamente la sua poesia, che ella stessa definisce la sua “lettera sul mondo”. La sua scelta di vita la porterà a non viaggiare molto, quindi non sarà mai qui sul Vesuvio. Ma non per questo il Vesuvio così lontano, geograficamente, da lei, non rappresenterà per la Dickinson la metafora del potere sovversivo del linguaggio e il potere violento di trasformazione della poesia. Sarà il Vesuvio ad ispirarle i tre sonetti tratti dal Canzoniere, pubblicato subito dopo la sua morte dalla sorella Lavinia. In questo poema che si compone di 1775 frammenti o tessere Emily Dickinson parla di sé servendosi di metafore che definiscono una figura interiore che vive in conflitto con il ruolo sociale che rischia di soffocarla.

Emily Dickinson,  testimonia la notorietà e il fascino che da sempre ha esercitato il Vesuvio nel mondo e la sua grande forza evocatrice. Per lei, che non si allontanò mai dalla casa paterna, il Vesuvio è la metafora che meglio rappresenta il potere sovversivo del linguaggio, la forza trasformatrice della poesia.

 

 

Il Vulcano, visto dalle molteplici visuali possibili, in un modo o nell’altro fonte dell’ispirazione, tra i tanti luoghi:

Vesuvio – cono

È il topos per eccellenza il luogo più visitato del vulcano. È l’immagine dominante e la prima  fonte dell’ispirazione.  Tra tutti, Goethe nel Viaggio in Italia.

La natura è uno dei motivi ricorrenti nella descrizione dell’ascensione perché considerata un modo per mettere a frutto le conoscenze dello stesso Goethe. La struttura del cono e la pericolosità affascina e attira i viaggiatori spesso numerosi che possono accedere soltanto in compagnia di guide specializzate. La natura così selvaggia predispone emotivamente ad un viaggio infinito e lontano dalla realtà

Il rapporto con la popolazione è forte ma abbastanza distaccato. E’ nella cultura delle popolazioni che si legge la forza stessa del Vulcano la cui pericolosità sembra lontana.

E’ meta di turisti e di molti avventori che soprattutto d’estate scelgono il luogo per sfuggire al caldo della pianura. Studiosi e turisti stranieri trovano qui motivi di coinvolgimento molto interessanti. L’Osservatorio Vesuviano anch’esso propone iniziative coinvolgenti e passeggiate naturalistiche dosate soprattutto sulla scoperta scientifica

 

Villa “Le Ginestre”

È un altro luogo magico quello che ha ispirato Leopardi la poesia Le ginestre

La villa in ristrutturazione è stata la casa di Leopardi nel periodo in cui ha vissuto in Campania insieme al suo amico Ranieri. Qui, affascinato dal vulcano e dalla natura dirompente la poetica leopardiana ha subito una evoluzione positiva verso una apertura più luminosa alla vita.

E’ un luogo molto conosciuto anche alla popolazione ma il grado di abbandono che regna attorno alla villa è tangibile e le serre che sono state costruite ai suoi piedi rompono prepotentemente  l’incanto poetico che ne verrebbe.

 

Riserva Alto Tirone

Il riferimento letterario non è diretto ma della zona ne parlano gli autori in modo più o meno esplicito come per il Viaggio in Italia – Goethe – ed in particolare per il rapporto molto forte tra natura e cultura.

Riserva Naturale Tirone – Alto Vesuvio, è una superficie di circa 1000 ettari comprendente l’Atrio del Cavallo, buona parte delle lave del ’44 e gran parte del cratere del Vesuvio. Qui i viaggiatori possono immergersi in un ambiente unico a contatto diretto con la natura e con il Vulcano.

Naturalmente la riserva non è l’unico luogo dell’ispirazione ma è sicuramente il più rappresentativo considerando che è la zona di riferimento di tutti gli autori inseriti del progetto I Parchi Letterari®.

Il rapporto con il Vulcano e la zona circostante per gli abitanti è ambivalente. Da un lato è forte l’estraneità della pericolosità tant’è che le pendici sono edificate a dismisura. Dall’altro c’è la forte apparteneza al territorio e la consapevolezza di avere dentro di sé una energia creativa dirompente e proficua anche se non sempre correttamente convogliata.

Il luogo è meta turistica di grande richiamo.

 

 

Litorale stabiano

In particolare il vulcano è descritto del momento più tragico dell’eruzione a cui ha assistito Plinio

La lunga serie di paesi e piccole cittadine soffoca il panorama descritto da Plinio il giovane che durante l’eruzione riusciva a scorgere gli accadimenti da Misero, parte opposta del golfo e cuore de I Campi Flegrei. Molti siti archeologici e ville antiche sul Miglio d’Oro sono sopraffatte dall’edilizia moderna creando una vera stratificazione di epoche e al logico abbandono di bellezze impossibili da fruire.

Il fenomeno turistico è molto forte ma legato soprattutto alla presenza dei famosi scavi di Pompei e Ercolano.

 

 

 

 

 

 

 

Una pianta; la Ginestra

Il riferimento è diretto con la poesia di Leopardi che a questo fiore del deserto dedica una delle sue più belle composizioni. Fiore del deserto proprio perché la ginestra riesce ad attecchire lì dove regna la distruzione, e quindi il fuoco, la lava pietrificata.

Musica e  danze

Convivere con la paura del disastro imminente spesso viene vinto meglio di altro con la musica e le danze di cui questi luoghi sono permeati.

Canti popolari che accompagnano la vendemmia realizzati con strumenti poveri come la tammorra, il triccaballacche e lo scetavaiasse.

La musica è tipicamente orgiastica e legata al mito dei baccanali, quindi al vino all’elemento caro a Bacco.

 

 

Il mangiare e bere

“Magnammo se cumbatte cu ‘a morte”

Territorio di grande tradizione, dove ogni prodotto della terra sembra acquisire qualcosa della magia e della forza del vulcano.

Tra questi l’uva, la vite, simbolo di una natura mai vinta che continua a regalare preziosi frutti e ricchezza a questa terra prigioniera, parafrasando Goethe, fra inferno e paradiso.

Tra i molti vini l’ottimo Lacrima Cristi e…

 

Quant’è bella ‘a verdesca

l’olivella e ‘a catalanesca,

caprettone e greculella,

pere ‘e palummo e falanghina,

curre cummà facimme vino.

(…)

Tutta ‘na stesa ‘e una grutticella,

lucente ‘e sole ‘na bella marinella.

Maria Orsini Natale

 

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